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Perole e fatti

2 febbraio

Abbiamo salutato tutti con gioiosa soddisfazione l’esito delle elezioni palestinesi che hanno offerto al mondo la dimostrazione di un popolo che, benché sotto il peso di un’occupazione tutt’altro che morbida, ha dimostrato che la strada del voto e della nonviolenza è quella giusta per vedere riconosciuti i propri diritti. A quanto pare il neo eletto presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen sta rispondendo alle aspettative non solo a parole ma soprattutto coi fatti. C’è solo da attendere che anche la controparte dimostri, e concretamente, di voltare pagina diventando parte attiva di un processo che la vede parte in causa a cominciare dal rallentamento della pressione militare nei Territori rimuovendo, per esempio, le centinaia di posti di blocco che impediscono la libertà di movimento da villaggio a villaggio, da famiglia a famiglia a quella sfortunata popolazione civile, non solo, ma arrestando le continue aggressioni ai volontari internazionali nel loro difficile ed encomiabile impegno umanitario da parte dei coloni degli insediamenti. Sarebbe decisamente triste e deludente se Abu Mazen venisse lasciato solo da tutti noi e dalla Comunità internazionale nel suo sforzo di restituire libertà e dignità ad un popolo duramente provato da decenni di occupazione.

A questo punto appare quanto mai opportuno richiamare alla nostra riflessione quei problemi fondamentali di sempre e cioè i problemi dei diritti dell’uomo e della pace di cui Giovanni Paolo II ne è lo strenuo sostenitore e difensore, problemi entrambi assolutamente fondamentali per l’umanità. E’ chiaro che i due problemi sono interdipendenti. L’uno non può stare senza l’altro. Spesso lo si dimentica e dobbiamo rendercene conto. Non è un caso che i movimenti per i diritti dell’uomo e i movimenti per la pace, che si vanno dovunque fortunatamente estendendo, si sono incontrati e procedono di pari passo e, procedendo di pari passo, si rafforzano a vicenda. C’è chi fa dell’ironia su l’uno e l’altro dei movimenti anche in casa nostra; eppure se alcuni brevi ma significativi percorsi del famoso MURO di separazione sono stati modificati, lo si deve proprio anche e soprattutto alla forte pressione su Tel Aviv esercitata dagli stessi movimenti israeliani per la pace e per i diritti umani.

Ricordo con viva commozione una delle varie manifestazioni per la pace cui ho partecipato in Terra Santa. Alla manifestazione hanno preso parte molti giovani e personaggi della cultura, giuristi, professori di università; c'erano le “Donne in nero”, donne israeliane e palestinesi che avevano perso nel conflitto qualcuno dei propri cari, perfino rabbini del movimento per i diritti umani, e poi gente comune di entrambe le popolazioni. Il messaggio della manifestazione era preciso: "Il muro divide e spezza il dialogo, il muro distrugge, il muro fa crescere odio e violenza e allontana la pace".
Occorre non stancarci di creare una mentalità di pace che si faccia cultura, risvegliando in ciascuno di noi esigenze di pacifica e serena convivenza a cominciare dall’ambiente in cui viviamo, educarci alla nonviolenza, in modo che diventi consapevolezza che quanto avviene attorno a noi, di bene o di male, non venga minimizzato e magari soffocato dall’indifferenza o dal pregiudizio politico.

Vorrei chiudere questi spunti di riflessione riportando quanto ho trovato negli scritti di Doroty Soelle, teologa tedesca che ha consacrato la sua vita scrivendo e operando per la pace. Il testo qui riportato è stato offerto, assieme ad altri del medesimo tema, alla personale e silenziosa riflessione comunitaria dei partecipanti alla “Tenda dell’Incontro tra i Popoli”, installata dietro il Duomo di Milano il 21 settembre 2004. L’interessante iniziativa di pace nello spirito di Assisi, alla quale ho avuto la gioia di partecipare, è stata organizzata dai Frati Minori della Comunità di Sant’Angelo. Un nobile esempio da imitare.
Quella sera, scriveva il giornalista Marco Garzonio del “Corriere della Sera”, dalle 17 alle 22, ci si è trovati sotto la grande tenda a rimanere lì, in silenzio e fare l’esperienza di cosa significa stare soli con se stessi, ascoltare ciò che sale dal di dentro in pensieri, sensazioni; che effetto fa trovarsi accanto a un altro che non conosciamo, che magari appartiene a una condizione, a una fede, a un popolo diverso, eppure sta in quello spazio al pari di noi, gomito a gomito, con preoccupazioni simili e a desiderare le identiche cose semplici nostre: un po’ di giustizia, di rispetto, di sicurezza, di amicizia, di affettività, che sembrano così lontane ai giorni nostri, ma che qualificano l’esistenza.

Ed ecco cosa scrive Doroty Soelle. E’ una confessione di fede per gli operatori di pace, oggi.

“Non credo al diritto del più forte, al linguaggio delle armi, alla potenza e prepotenza dei potenti. Voglio credere al diritto dell’uomo, alla mano aperta, alla forza della dottrina della nonviolenza. Non credo alla razza o alla ricchezza, ai privilegi, all’ordine stabilito, alla dottrina della sicurezza. Voglio credere che tutti gli esseri umani sono esseri umani, che l’ordine della forza e dell’ingiustizia è un disordine.

Non credo di potermi disinteressare di ciò che accade vicino o lontano da qui.

Voglio credere che il mondo intero è la mia casa e il campo nel quale semino, e che tutti mietono ciò che tutti hanno seminato.

Non credo di poter combattere altrove l’oppressione se tollero l’ingiustizia nel mio Paese.

Voglio credere che il diritto è uno, tanto qui che altrove, e che non sono libero finché un solo essere umano e un solo popolo è schiavo e oppresso.

Non credo che la guerra e la fame siano inevitabili e la pace irraggiungibile e impossibile.

Voglio credere all’azione umile, all’amore a mani nude, alla pace sulla terra.

Non credo che ogni sofferenza sia vana.

Non credo che il sogno degli uomini resterà sogno e che la morte sarà la fine.

Oso credere, invece, sempre e nonostante tutto, all’uomo nuovo.

Oso credere al sogno di Dio stesso: un cielo nuovo, una terra nuova dove abita la giustizia”.

Che il sogno di Dio diventi realtà per tutti noi.

Cari Amici, la Quaresima è alla porte: ci provoca e ci interroga.


Fra Marco Malagola

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