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Ecco la realta’ ignorata e dimenticata

Gerusalemme, 5 gennaio 2005

Quello che segue e' il primo resoconto di una delle partecipanti alla delegazione di osservatori del Presidio di Nablus e di Action For Peace.


Piove e fa molto freddo a Gerusalemme da due giorni. Terra di contrasti, questa, anche climatici. Solo pochi giorni fa eravamo in giro con felpe di cotone a godere di un sole caldo e rigenerante per le strade di Qalqilya e di Nablus, mentre ora sciarpe e berretti non sono sufficienti a proteggerci dall’insidioso inverno che comunque passa anche da qui. E’ stata una settimana interessante e densa.
Va sempre cosi’, quando ho la possibilita’ di passare da queste parti. Gia’: passare… Questo verbo non mi soddisfa più. Mi piacerebbe sostituirlo col verbo “sostare”, nel doppio significato di “saper stare” e “fermarsi”, anche se all’interno di un percorso piu’ lungo. In attesa di un momento propizio nel quale avere la possibilita’ di soffermarmi di piu’ e conoscere meglio questa terra, i suoi luoghi, le sue contraddizioni, bellezze e debolezze, mi concedo l’ulteriore attraversamento, il viaggio di due settimane che consente di aggiungere suggestioni, particolari, immagini, pensieri, incontri casuali, parti di un mosaico ancora in costruzione che potrei definire “la Palestina che ho incontrato”.

Le tessere di questo mosaico si moltiplicano e ricompongono in modo disordinato, non sempre ne risulta un quadro chiaro, figure nette, ma forse e’ naturale che sia cosi’. In fondo la realta’ e’ disordinata e complessa per definizione e la Palestina non puo’ essere diversa, anzi…. In queste settimane di relative calma preelettorale sono entrata in contatto con altre situazioni e persone rispetto agli altri viaggi, con tutta la fatica e il piacere di rimettere in discussione alcune precedenti, temporanee comprensioni. Alcuni brevi flash spero significativi per chi legge:
- Aeroporto e mobilita’: al nuovo Ben Gurion l’accoglienza e’, come al solito, non particolarmente calorosa: domande, sospetti, perquisizioni, percorsi separati per chi non e’ israeliano o giornalista o di famiglia ebrea continuano. Ciononostante poi si passa e finora e’andata bene a tutti coloro che stanno arrivando per le elezioni, siano essi commissari europei, parlamentari o rappresentanti della societa’ civile (da Europa, USA, Canada,..). Ai check point i controlli sono molto piu’ sommari, si entra con discreta facilita’ in tutte le citta’ (Gaza e’ sempre la pessima eccezione, sara’ dura andarci anche durante le elezioni per gli stessi osservatori e giornalisti, pochi sono gli accrediti). Per Nablus, Hebron e Tulkarem non abbiamo avuto i soliti noti problemi. Anche per I Palestinesi (non solo per gli Internazionali) va un po’ meglio, sono tutti piu” contenti, ma nessuno si fa illusioni per il dopo elezioni: in questi giorni ci sono troppi occhi stranieri in circolazione perche' i militari israeliani commettano troppi abusi ai danni di chiunque. Meglio far sembrare tutto piuttosto tranquillo. E funziona. Chi non e’ mai stato qui prima dice che si immaginava una situazione ben peggiore. Tutto cambia se ci si addentra un po’ di piu’ nelle cose, nei rapporti, nei luoghi.

- Villaggi e colonie: sul blog di Assopace potrete leggere di cio’ che significa stare in un villaggio “sotto” una colonia in piena Cisgiordania (per chi non lo conoscesse http://assopace.blog/tiscali/it), vicino a Nablus. Io comunico il mio stupore per l’ulteriore aspetto drammatico dell’occupazione di cuiho preso visione nei dintorni di Hebron. Non mi soffermo sulle condizioni di questa bella e dolorante citta’ palestinese del Sud, presidiata dall’esercito israeliano e occupata dai coloni piu’ scatenati e razzisti che si possono incontrare (girano armati in tenera eta’, condizionano in poche centinaia la vita di migliaia di Palestinesi, costringono alla chiusura della zona centrale e del mercato, cuore pulsante di qualsiasi citta’ mediorientale e ora cuore gelato e immobile) e non vado oltre. Nei dintorni ci sono parecchi villaggi e parecchie colonie israeliane.

Abbiamo visitato gli amici di Operazione Colomba, gruppo di pacifisti collegati alla Associazione Papa Giovanni XXIII e presenti a Gaza fino a pochi mesi fa. Ora stanno da pochi mesi vicino a Ramallah e a Twani, villaggio di pastori e contadini nei dintorni di Hebron. Ci avevano parlato ed avevamo letto delle continue incursioni dei coloni, a scopo intimidatorio e di aggressione, nei confronti delle poche decine di abitanti del villaggio, sostanzialmente pastori e agricoltori che vivono in semplici case di pietra, con l’acqua solo al pozzo e la corrente elettrica via generatore solo 4 ore al giorno. Arrivando sulla strada sterrata a piedi a Twan non e’ difficile capire perche’ qualcuno parla di apartheid e perche’ la rabbia dei piu’ deboli sia aumentata e abbia preso talvolta la forma piu’ estrema e inaccettabile. I coloni aggrediscono i bambini che vanno a scuola proveniendo dalle case o dalle grotte (si’, dalle grotte, qualcuno ci vive) intorno a Twani, gli amici di Operazione Colomba li accompagnano e uno e’ finito all’ospedale per questo, aggredito a sua volta coi bastoni.
La vicenda e’ documentata e purtroppo non isolata: anche gli attivisti giovani e anziani del Christian Peacemakers Team hanno subito aggressioni pesanti e danni seri alle persone, da parte di scatenati coloni incappucciati. Le denunce sono state fatte, ma come sempre con pochi esiti e scarso interessamento dei nostri consolati. Gente che vive modestamente e da sempre in quelle dolci colline ha visto prima costruire un moderno insediamento illegale sulle proprie terre, poi si e’ vista sottrarre altra terra (per la "loro sicurezza"), poi assalire e minacciare in continuazione. E’ atroce guardare la ferita sulla testa di un bambino bellissimo di circa 5 anni cui un colono ha sparato tempo fa: fa male camminare dove c’erano gli ulivi che sostentavano le famiglie, abbattuti gratuitamente da un odio cieco e razzista; lascia attoniti sapere che acqua, elettricita’ e benessere sono a disposizione dei coloni che infieriscono su chi vive di capre ed ulivi in case di pietra tipo presepio.

Qui non so se sia passata la seconda intifada, qui la gente palestinese vive contemporaneamente fuori dal tempo (come condizioni materiali e collegamenti) e dentro questo ingiusto tempo (fatto di occupazione, razzismo, legge del piu’ forte). Qui i coloni non possono in alcun modo essere o sentirsi minacciati, ma forse i dati di realta’ non contano nulla e ci sono da recuperare alcuni elementi di “psicologia delle masse” e di ideologia perversa che ottenebra le menti, per comprendere il contesto. Ho pensato spesso alla gente semplice di Twani e a Operazione Colomba. Il mio mosaico e’ ancora piu’ ricco di immagini contradditorie: la dolcezza del paesaggio e della vita essenziale a Twani/la violenza visiva, politica, materiale e culturale dell’insediamento illegale di Ma’on (peraltro in espansione).

- Muri di cemento e muri di silenzio: ormai sappiamo che il muro e’ stato costruito e che il suo percorso che attraversa come una ferita la Palestina (non sui confini del ’67, ma con l’annessione di altra terra di Palestina) continua, distruggendo, separando, peggiorando da tutti i punti di vista la situazione sul campo. Per i Palestinesi, naturalmente, perche’ e’ evidente che per Israele si tratta di aumentare il controllo e il possesso della terra, nonche’ delle preziose e strategiche riserve d’acqua in Cisgiordania. Siamo stati a Qalqilya, citta’ circondata dal muro completamente, con qualche cancello a ore per accedere, entrare o uscire, andare a scuola, al lavoro. Stare davanti a 5 metri di cemento che si dipanano per Km e’ un’esperienza forte, prende lo stomaco, soprattutto se ci si trova a pochi metri dalla scuola dei bambini di Qalqilya, a cui la vista dell’orizzonte e’ per ora interdetta. La poverta’ aumenta, la disoccupazione raggiunge picchi del 60%, si registrano i primi divorzi tra persone che non riescono piu’ a vivere insieme, c’e’ chi deve percorrere piu’ di 30 km per andare dove prima arrivava in 5 minuti. Ci sono diversi tipi di permessi per muoversi, tutti difficili da ottenere, tutti a termine (alcuni valgono poche ore!), tutti da rinnovare e a rischio, anche per chi ha un lavoro stabile “dall’altra parte”. 6.000 famiglie dipendono dagli aiuti delle Nazioni Unite per sopravvivere e altri se ne aggiungeranno,molti se ne stanno andando altrove. Stiamo parlando del destino di una citta’ di 45.000 abitanti e di villaggi intorno per un totale di 90.000 palestinesi condizionati e oppressi da questo muro, odiosa rappresentazione della non volonta’ politica di costruire la pace (anzi…), con la complicita’ silente di buona parte del mondo.

Siamo andati a Jayyush, dopo essere passati da Tulkarem, citta' del Nord, provata dall'occupazione e derubata anche dei reperti archeologici preziosi del suo museo cittadino durante l'orribile e lungo assedio della primavera 2002 (pare che molti reperti di epoca romana, bizantina, ecc.. siano ora esposti in musei israeliani). Entrare ed uscire dalla citta' non e' stato per noi complicato dal punto di vista del controllo al check point, ma il disastro costituito dal filtro militare alla citta' resta evidente. Quell'unico passaggio stretto sotto fucili e torrette costringeva ad umilianti passaggi a piedi nell'acqua e nel fango le donne, i lavoratori, i ragazzini, molti dei quail in sandali o con scarpe ormai sfasciate. Oggi la temperature vicina allo zero e l'acquazzone interminabile mi fanno pensare a cosa deve significare muoversi da e per Tulkarem. Per fortuna le efficienti donne di Machsom Watch (organizzazione israeliana trasversale ai movimenti religiosi e politici) erano e saranno li', cosi' come a Kalandya e Huwwara (alcuni tra i piu' famigerati e trafficati check point della West Bank) per osservare, registrare, intervenire, denunciare in caso di abusi ai danni dei Palestinesi. Anche se l'abuso resta in se' la presenza dell'esercito in una terra occupata.

Attraverso un lungo sterrato siamo arrivati a Jayyus, villaggio palestinese a cui la costruzione del muro ha gia' sottratto il 72% delle terre coltivate ad ulivo. Non finira' cosi': QUELLA CHE VIENE CHIAMATA LA SECONDA FASE DELLA POLITICA COLONIALE E DI APARTHEID DI ISRAELE continuera’ distruggendo altri ettari di terra ed infliggendo ai residenti ulteriori restrizioni (economiche, di movimento,..). Non si tratta solo di questo, ci sono centinaia di vicende individuali, di storie, di identita' collettive travolte da questo muro. Mentre il sindaco ed il governatore ci spiegavano cio' che sta accadendo ed accadra' a Jayyush ho visto un anziano signore con kefiah e bastone che piangeva silenziosamente; alcuni rappresentanti del movimento ecumenico delle chiese di nazionalita' tedesca ci ha spiegato dettagliatamente come e' stato distrutto (tra gli altri) il campo di anziano contadino del paese e le fotografie lo hanno documentato. Siamo stati al cancello della barriera che in questo tratto si snoda nella forma di reticolato elettrificato, con cavalli di frisia e controllo militare accuratissimo. La nostra presenza men che simbolica ha richiamato subito tre, quattro jeep di soldati armati e sulla strada del ritorno abbiamo appreso che l'enorme creativita' dell'industria bellica ha prodotto un sistema di controllo centralizzato delle telecamere che punteggiano il tracciato del muro, nonche' un altrattanto preciso sistema di puntamento e fuoco delle armi appostate ogni tot metri. E' stato confortante poi vedere che oltre agli immancabili ed efficienti mezzi della Caterpillar il lavoro di distruzione dei campi e costruzione della barriera si sta avvalendo degli efficienti mezzi Fiat Hitachi. Si potrebbe dire molto altro sul muro, ma forse si tratta di comprendere che le cose peggioreranno ed andranno avanti, mentre qualcuno ( forse molti anche tra noi, anche a sinistra) si berranno la favola del ritiro da Gaza e della sicurezza per i civili israeliani rispetto agli attentati suicidi. Queste terre del Nord, ricche di acqua e fertilissime, sono troppo appetitose per l'ingordo Sharon ed i suoi sostenitori; si puo' prevedere che senza un'azione politica internazionale decisa e rapidissima anche in forza della decisione del tribunale della corte dell'Aja contro il muro la pace si allontanera' e quello che discuteremo nelle sedi di partito o nei dibattiti pubblici o in tv sul tema sara' solo ridicolo ed offensivo per i Palestinesi.

E' ora che vada abbattuto il muro di silenzio complice, e' a breve che si deve vincere l'afasia politica che contagia da tempo tanta opinione pubblica e tanti politici su questa atroce vicenda. Il vecchietto con la kefiah di Jayyush, nonostante tutto se lo aspetta, i ragazzini senza scarpe credono che la gente al di la' del muro li aiutera' e se non lo ha ancora fatto e' perche' non sa.

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